Bisogna guardare quel che accade a terra non quello che viene dal cielo – Filippo Thiery

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Del dissesto idrogeologico e delle vere responsabilità delle alluvioni e dei disastri ho detto abbastanza nel post precedente. Bisogna guardare a quel che accade a terra, non a ciò che viene giù dal cielo.
Però, pensando stavolta all’atmosfera, c’è una cosa da aggiungere.
Se è già gravissimo aver costruito in modi e luoghi tali da far rischiare alla gente di finire sott’acqua (non importa ogni quanto tempo), ora questa responsabilità si trova davanti un fattore esponenziale.
Perché i disastri che una volta – su ogni singola località – potevano avvenire ogni volta ogni 50 anni stanno avvenendo ogni 10 anni, quelli che potevano verificarsi ogni 10 anni capitano ormai ogni 2 anni, quelli che ci si potevano aspettare ogni 5 anni capitano più volte nel corso della stessa stagione. E questo, certamente, perché urbanizzazione e cementificazione galoppanti hanno ulteriormente aumentato vulnerabilità del territorio ed esposizione di vite umane al pericolo, ma anche perché, parallelamente, i fenomeni meteorologici molto intensi sono diventati meno rari che in passato.
Negli ultimi 6 anni (dall’alluvione di Giampilieri, provincia di Messina, in poi) ormai si rasentano la ventina di eventi in Italia con cumulate di precipitazione fra i 300 e i 500 mm nell’arco di una singola giornata, quando non di alcune ore.
E sto trascurando tutte le decine e decine di eventi dell’ordine dei 150-200 mm in poche ore, comunque capaci di dar luogo ad alluvioni molto gravi (come quella di Rossano Calabro dello scorso 12 agosto, per fare un esempio). No, sto parlando solo di quelli epocali, una ventina in 6 anni, cioè in media 3 eventi epocali all’anno.
Non è questo il clima a cui eravamo abituati.
E scusate, ma sono arci-stufo di supercazzole dei climatologi.
Non mi interessa più, perdonatemi, se per la comunità scientifica “l’irregolarità della variabilità interannuale del segnale di precipitazione non permette ancora di dire la parola definitiva sulla aumentata frequenza degli eventi estremi, a differenza di quella sul segnale di temperature che è ormai conclamata” (e che è già di per sè sufficiente, aggiungo io, per parlare di catastrofe dell’ecosistema).
Non ci sarà la parola definitiva della Scienza, sul segnale di eventi estremi di pioggia (fra l’altro, se la piantassero di fare confronti col passato solo sulle cumulate in 24 ore, e iniziassero a digitalizzare i tracciati cartacei dei pluviometri storici alla scala oraria o triorara, stai a vedere che qualche risultato in più lo troverebbero…), ma la stessa Scienza dice che una atmosfera più calda (e sul fatto che stia diventando sempre più calda ormai non ha più dubbi nessuno) può contenere più carburante (vapore acqueo) e più energia (quella derivante dai passaggi di stato dell’acqua) a disposizione per l’innesco di eventi intensi di precipitazione. Metteteci un bel serbatoio naturale come il bacino del Mediterraneo, e gli ingredienti ci sono tutti.
Sgombriamo però il campo dagli alibi, i cambiamenti climatici non sono una scusante, casomai una aggravante, per chi ha costruito un Paese così poco sicuro.
Perché chi fa rischiare alla sua città o alla sua regione una alluvione ogni generazione è comunque un criminale, ma quando il tempo che intercorre fra un disastro e l’altro si accorcia, fino a riguardare più e più volte la stessa generazione, a questo punto l’inazione o peggio la perseveranza in atti dissennati dal punto di vista della sicurezza, come le chiamiamo?
Non lo so come le vogliamo chiamare, ma è questo il pianeta che un modello di sviluppo non-sostenibile ha voluto costruire, negoziando sui mercati la composizione dell’atmosfera al pari del petrolio, delle armi, e di tutto il resto.
Peccato che le leggi della Fisica non siano negoziabili. Lo ha detto il capo dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, non lo dico io.

filippo

Filippo Thiery

Massimo Ciccazzo
Massimo Ciccazzo

Geometra Laureato, appassionato di meteorologia. Dal 2006 Segretario dell'Associazione Edmondo Bernacca Onlus

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